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Scuola e Università: Riformare e innovare la scuola è una necessità, non una opzione!!!

Last Update: 11/7/2008 1:46 AM
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10/26/2008 5:15 PM
 
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Una scuola di qualità: meno proteste e più proposte
La scuola italiana è in tragico ritardo rispetto al mondo che corre e la situazione peggiora ogni anno.
Sforna milioni di asini, con debiti formativi clamorosi. Sconta un'emergenza meridionale agghiacciante ed è completamente arroccata su se stessa, immobile, vittima del lassismo suicida della classe politica.
L'istruzione dovrebbe essere la chiave per accrescere la competitività e l'innovazione del Paese e invece produce già dalle scuole medie tremende carenze nelle conoscenze scientifiche, matematiche e linguistiche.

Tutti i governi che si sono alternati negli ultimi decenni hanno posto nel programma di legislatura la mitica "Riforma della Scuola". L'obiettivo è sempre stato diligentemente svolto cancellando le innovazioni introdotte dal precedente Ministro dell'Istruzione. Ogni volta si è ricominciato da capo. Maria Stella Gelmini, invece, si è presentata in punta di piedi, annunciando che la scuola avrebbe dovuto cambiare, ma non essere stravolta. Ha accettato coraggiosamente le restrizioni imposte al bilancio del proprio ministero, affrontando le conseguenze di una scelta impopolare.
Precisiamo, per noi giovani repubblicani ovviamente i tagli alla scuola pubblica in presenza di nuovi contributi a quella privata sono un "non senso". Come ci sembra sbagliato tagliare fondi all'Università e poi assegnare 500 milioni di euro ogni anno a Roma per ripianare i buchi di bilancio.
I dati, invece, fotografano una scuola italiana che "COSTA TANTO E INSEGNA POCO" (gli indicatori internazionali PISA e PIRLS rivelano gravi deficit di apprendimento nella scuola secondaria e in generale soprattutto al Sud).
Una scuola che spende il 97% del bilancio per pagare il personale docente e non docente, avendo in cambio risultati didattici mediocri deve essere assolutamente CAMBIATA.
L'analisi se si parte dal corpo docente è sconfortante: professori anziani e demotivati, che lavorano un numero di ore inferiore e con retribuzioni più basse rispetto alla media Ocse, una progressione retributiva molto modesta e lenta, e un'assente prospettiva di carriera (tutti i docenti di ruolo sono inquadrati in un unico livello e si progredisce secondo il solo criterio di anzianità).
Per contrasto, inferiori alla media Ocse risultano la spesa in conto capitale (gli investimenti sul patrimonio edilizio scolastico) e l'altra spesa corrente (trasporti, mense e altri servizi agli studenti).
Questo è l'assunto che guida il giudizio dei Giovani Repubblicani, quindi non possiamo che essere distanti da tutti quelli che in questi giorni scendono in piazza per CONSERVARE lo status quo, portandosi dietro bambini e ragazzini inconsapevoli, per urlare critiche e insulti al Ministro dell'Istruzione. Siamo contro chi in questi mesi ha deliberatamente fatto DISINFORMAZIONE. Come ha scritto Luca Ricolfi: "i numeri spaventa-famiglie agitati da sinistra e sindacati sono semplicemente falsi. Non è vero che il bilancio della scuola subirà tagli per 8 miliardi: il taglio del prossimo anno sarà inferiore a 0,5 miliardi (1% del budget), i tagli netti previsti per il triennio 2009-2011 sono pari a 3,6 miliardi spalmati su tre anni. Non è vero che saranno licenziati gli insegnanti: la riduzione del numero di cattedre avverrà limitando le nuove assunzioni ("turnover"), la cifra di 87 mila insegnati in meno si raggiungerà nel 2012 e include nel calcolo le riduzioni già pianificate dal governo Prodi. Non è vero che, nelle scuole elementari, sparirà il tempo pieno e tutti i bambini dovranno tornare a casa alle 12,30: l'introduzione del maestro unico, con conseguente soppressione delle ore di compresenza, libererà un numero di ore più che sufficiente ad aumentare le ore di tempo pieno eventualmente richieste dalle famiglie".
Abbiamo spulciato punto per punto il decreto scuola, i dati dell'Invalsi, il documento per la razionalizzazione della spesa pubblica e il Piano programmatico, per scansare il campo dalle opinioni faziose. Vorremmo capire davvero se dietro al decreto Gelmini esiste un progetto educativo!
I principi guida e l'analisi delle criticità che ispirano il decreto scuola Gelmini sono perfettamente condivisibili.
Una scuola che prende atto dei propri limiti didattici e organizzativi (così come ci aveva già provato la Moratti e Fioroni), e avvia una razionalizzazione della rete, riducendo l'abnorme numero degli insegnanti e del personale Ata (per le medie europee ci sarebbero 250.000 insegnanti in soprannumero) e la presenza degli istituti sul territorio va nella direzione di una riforma seria.
Se si è sollevato tutto il polverone solo per risparmiare soldi alla svelta, colpendo indiscriminatamente chi lavora bene allo stesso modo di chi lavora e spende male le risorse pubbliche, senza avere un progetto educativo in mente, si rivelerà l'ennesimo colpo duro al settore più strategico per il progresso dell'Italia. In questo caso saremo i primi a protestare!
Se, al contrario, il decreto è il primo passo di un percorso che intenda liberare risorse da impiegare per migliorare la disastrosa condizione dell'edilizia scolastica, per creare nuovi incentivi per la carriera degli insegnanti, nuove modalità di selezione dei docenti, incrementare l'autonomia degli istituti, migliorare la programmazione tra diversi livelli di governo, sistematizzare il ricorso alla valutazione trasparente e pubblica dei docenti e degli istituti, per procedere all'abolizione del valore legale del titolo di studio, allora i Giovani Repubblicani considerano, il decreto scuola della Gelmini, un passo in avanti per la scuola italiana.

Paolo Montesi
Antonio Pugliese
Giovani Repubblicani Romagna
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11/7/2008 1:46 AM
 
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Così pure Forlì è entrata nel movimento di protesta degli universitari
Manifestare il proprio dissenso da un lato e il rispetto di diritti altrui dall’altro sono principi fondamentali che, lo dico con orgoglio, per lo meno a Forlì sono stati compresi ed applicati nel modo più rigoroso possibile. Le facoltà non sono occupate, ne tanto meno assediate, e sono sempre state garantite a tutti le ordinarie lezioni. Singoli episodi imputabili a idioti o invasati sono sempre possibili, ma “per ora” la direzione di centinaia di studenti ci pare ben diversa. Non possiamo perciò che criticare alcune pretestuose dichiarazioni di presunte “violenze e aggressioni”, che avrebbero senso solo se tali manifestazioni fossero state organizzate o rivendicate. Allo stesso modo la continua accusa di disinformazione appare più retorica che rivoluzionaria, dal momento in cui non rileva nessuna mostruosa carenza etica, ma solo una logica ovvietà; ogni qual volta nasce un movimento “di massa”, è naturale che non tutti i partecipanti siano perfettamente informati e che vi sia alla testa chi è più competente o interessato. Altrettanto ovvio che le forze politiche cerchino di mettere casacche o introdurre le proprie bandiere nei movimenti, ma non c’è nulla di scandaloso, assolutamente non di nuovo o limitato alle rosse effigi. Invece, lamentarsi della scarsa informazione pare talvolta un abile diversivo per non rispondere a tono sui dati puntuali.

Sia che si condivida o meno la protesta siamo di fronte ad un segnale di vitalità, interesse e partecipazione che possiamo solo sperare si propaghi a macchia d’olio. A tal proposito farei una precisazione: ogni protesta si sviluppa su due diversi livelli. Il primo è quello della “contestazione”, che potrebbe essere ritenuta addirittura “bipartisan”, per quanto abbia unito docenti, studenti, ricercatori e famiglie, basata sulla convinzione diffusa, che sia una priorità per il futuro del Paese “investire meglio nell’istruzione” (secondo i dati Ocse in Itala sarebbe addirittura “sotto finanziata” rispetto ad altri paesi occidentali). Il secondo e più complesso gradino è quello della “proposta”. Su questo fondamentale punto, il movimento non solo forlivese, credo avrà serie difficoltà nel trovare una piattaforma trasversale nei prossimi mesi.

Come giovani repubblicani, non possiamo che criticare i tagli all’istruzione dove già sotto-finanziata (vedi l’Ateneo bolognese), ma è altrettanto giusto ammettere che questi tagli indiscriminati contenuti in Finanziaria assomigliano ad un “colpo di macete”. Sin da subito sarebbe necessario colpire l’ignobile gestione dell’autonomia finanziaria che ha creato alcune realtà universitarie molto simili a buchi neri (7.000 nuovi corsi universitari creati con la riforma del 3+2, e migliaia di professori assunti per mantenere pochi studenti). A tal fine si dovrebbe introdurre una distribuzione dei fondi attraverso criteri meritocratici, che vadano a premiare le realtà virtuose e non a coprire i vizi di Senati accademici con le mani bucate.

L’università che desideriamo in futuro, non dev’essere un altipiano dove tutti pascolano indistintamente, ma una montagna difficile e selettiva, che realmente dia gli strumenti per arrivare in cima. In quest’ultimo livello dell’istruzione l’obiettivo non deve essere, come è invece giustamente per la scuola dell’obbligo, una generale conoscenza per tutti, quanto quell’intricato ma decisivo meccanismo chiamato mobilità sociale. Se l’università non “fa selezione” a che serve? Bisogna fare in modo che i criteri di selezione siano il merito e le capacità e non il soldo o la raccomandazione. Lasciare l’università così com’è, significa accettare che in Italia “non esista la funzione selettiva dell’Università”. Significa condannare tutti i cittadini a rimanere da dove sono partiti. Il contrario del sogno americano. Il contrario di ciò che Barak Obama ha dimostrato con la sua elezione.

Per i Giovani Repubblicani provvedimenti come l’abolizione del valore legale del titolo di studio (certificando che non tutti i titoli di studio o i voti di laurea sono uguali), l’introduzione di criteri più selettivi nell’accesso ai corsi di laurea e nel conseguimento dei crediti formativi (è assurdo concedere la possibilità di ripetere all’infinito lo stesso esame), possono disincentivare la presenza degli studenti di “lungo corso” e valorizzare il merito e la serietà degli studenti che nell’università intendono trovare una scala sociale.
Pretendiamo che l’annunciata riforma dell’Università permetta di iniettare dosi massicce di concorrenza nel sistema universitario, favorire la selezione indipendente e valutazione dei docenti, la riforma dei concorsi, il riordino delle retribuzioni tra docenti, dottorandi e ricercatori (non basato solo sull’anzianità di servizio), ripartire il fondo di finanziamento ordinario (almeno il 40%) in base alla qualità della ricerca che si produce, defiscalizzare le donazioni o gli investimenti diretti ad università e centri di ricerca.

Il merito che riconosciamo agli studenti è aver riportato la questione della quantità e qualità degli investimenti per l'istruzione all'attenzione dell'opinione pubblica. Ora sta a noi, disegnare le riforme necessarie, con proposte, idee e azioni.

Michele Bertaccini
Giovani Repubblicani Romagna
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